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I primi passaggi di proprietà

Dopo la morte di Giovanni Zevallos, avvenuta durante la peste del 1656, la moglie “donna di poco, o niun talento”, e il figlio Francesco dispersero in breve gran parte dei beni ricevuti, tanto da essere costretti a vendere anche il palazzo di famiglia a Jan Vandeneynden. Francesco, erede del titolo ducale, preferì trasferirsi a Ostuni.

Jan Vandeneynden, il capostipite del ramo napoletano di una famiglia di mercanti originari di Anversa, era giunto in città intorno al 1611-12. Nel 1625 egli divenne procuratore di Giovanni Zevallos; in seguito, nel 1630, si associò a Gaspare Roomer, un altro facoltoso mercante-finanziere originario di Anversa stabilitosi a Napoli, raffinato collezionista e commerciante di opere d’arte. Nel corso degli anni la fortuna di Jan aumentò notevolmente tanto da riuscire ad acquistare il Palazzo degli Zevallos tra 1659 e 1661 - approfittando delle difficoltà finanziarie dei suoi proprietari - nonché il titolo di Marchese di Castelnuovo per il figlio Ferdinand.

Nel 1663, dopo aver ottenuto altri immobili confinanti con la sua nuova proprietà, egli diede avvio a nuovi lavori di ampliamento e ristrutturazione di cui fu incaricato l’architetto certosino Bonaventura Presti: su disegno di questi venne eseguito anche il magnifico portale bugnato in marmi e piperni che ancora oggi fa bella mostra all’ingresso dell’edificio, unico elemento inalterato della facciata seicentesca.

Stretti rapporti di parentela legavano la famiglia di Jan a quelle di diversi artisti fiamminghi attivamente impegnati anche nel mercato dell’arte. Tale fitta rete di relazioni favorì la formazione di una delle maggiori raccolte napoletane del XVII secolo. Nel Palazzo di via Toledo fu custodita una straordinaria collezione d’arte che comprendeva opere tuttora celebri come Il banchetto di Erode di Rubens (ora a Edimburgo). Alla morte di Ferdinand nel 1674 il patrimonio pervenne alla sue tre figlie che furono sotto la tutela della madre fino al 1688 quando due di esse, Giovanna ed Elisabetta, sposarono rispettivamente Giuliano Colonna (principe di Galatro, di Sonnino e, dal 1716, di Stigliano) e Carlo Carafa di Belvedere. A Giovanna, la primogenita, toccarono un’ottantina di opere, poi confluite appunto nella collezione Colonna di Stigliano, nonché il palazzo di via Toledo.

La perizia del palazzo effettuata in quella occasione contiene una minuziosa descrizione dell’edificio che permette di ricostruirne l’aspetto e la conformazione. All’interno, il pianterreno si apriva con un grande atrio voltato, con pilastri e archi in piperno, dal quale era possibile raggiungere vari punti dell’edificio: a destra vi era una scala secondaria che dava accesso alle cantine e al piano ammezzato; a sinistra la scala principale che permetteva di raggiungere sia l’ammezzato che i due piani nobili; al centro invece si apriva il grande cortile attorno al quale erano disposti vari ambienti di servizio, tra cui una grande scuderia. Il primo piano nobile era composto da varie stanze tra cui una Galleria che dava sul cortile grande e un’altra – più piccola - che affacciava invece sul cortile secondario. Quest’ultima era impreziosita da affreschi e decorazioni di Luca Giordano che, qualche anno dopo, intervenne anche nelle logge. Le fonti ricordano l’attività di altri due pittori di fama: Paolo De Matteis e Giacomo Del Po. Nulla purtroppo ci è pervenuto di tali decorazioni.