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Il passaggio alla Banca Commerciale Italiana

Il penultimo capitolo della storia del palazzo ha inizio il 13 dicembre del 1898, quando la Banca Commerciale Italiana – nata quattro anni prima a Milano – acquista il primo piano nobile e gli altri locali di proprietà dei Forquet.

Undici anni dopo, e precisamente il 16 febbraio 1910, l'Istituto, «volendo estendere il proprio impianto, per maggior comodità del pubblico, e per più largo assestamento dei propri uffici esistenti nei locali di sua proprietà nel palazzo già Stigliano in via Roma n. 185», decise di acquisire anche un altro appartamento, e a tal scopo, come attesta l'Atto di compravendita stilato in quel giorno, fece «richiesta al costituito signor Eugenio Massa di voler ad essa vendere quello di sua proprietà, sito al piano ammezzato a destra del porticato del detto palazzo». Negli anni successivi, e precisamente fra 1919 e 1920, furono acquistate le rimanenti parti del palazzo, più tutte le botteghe a piano terreno.

Completata l'operazione, la Banca Commerciale affidò la totale ristrutturazione del palazzo all'architetto Luigi Platania, in modo da adeguarlo alle funzioni della sua nuova destinazione d'uso. Per la prima volta, nel corso di tre secoli, il palazzo subì radicali trasformazioni nell'assetto funzionale e nei corredi decorativi.

È questo il momento in cui il cortile fanzaghiano viene trasformato e adibito a salone per il pubblico; le pareti vengono tutte rivestite in marmo, nel chiaro intento di sottolineare, anche attraverso l'uso dei materiali, la trasformazione dello spazio nell'interno architettonico di un istituto di credito; il piano ammezzato aperto e trasformato in balconate (sorta di palchi teatrali) di gusto Liberty e il grande spazio vuoto viene coperto dal lucernario vetrato – disposto all'altezza del solaio del piano nobile –, decorato secondo il gusto degli anni, tra Belle Époque e floreale; due grandi vetrate policrome sono aggiunte a schermare le arcate tra salone e vestibolo e, in quest'ultimo, a Ezechiele Guardascione (Napoli, 1875-1948), pittore di scuola vedutistica assai tarda, sono affidati i due grandi dipinti ad olio. In particolare queste due opere hanno un sapore antico; il pittore infatti ritrae idealmente in una delle due tele parte del cortile fanzaghiano del palazzo ed inserisce con un tocco di fantasia un paesaggio di rovine con colonne e trabeazioni antiche, costruendo una sorta di "capriccio" alla maniera dei pittori del Sei e Settecento; nell'altra raffigura una Veduta marina mettendo in evidenza tracce di reperti classici.

Il nuovo scalone d'onore monumentale, di una singolare foggia tra neoclassico e Liberty, con grandi lampade d'ottone con globi di vetro bianco agli angoli della balaustra, risponde al gusto per un pastiche stilistico, assai di moda in questa stagione. Al piano nobile sono state mantenute le pareti e la volta del vano preesistente, decorato a stucchi e affrescato da Giuseppe Cammarano nel 1832 con la rappresentazione dell'Apoteosi di Saffo.