Il primo proprietario: Giovanni Zevallos

La costruzione del nostro palazzo si deve dunque al ricco mercante spagnolo Giovanni Zevallos che già nel 1635, per la somma di 12.500 ducati, acquistò una grande casa “palazziata” con giardino posta lungo via Toledo con l’intenzione di costruirci la propria dimora.

Di famiglia originaria della Cantabria, con antiche diramazioni forse anche nella regione di Toledo (e un cognome attestato anche nelle forme Ceballos, Cevallos e Zeballos), egli apparteneva ad un ceppo meno nobile del casato, impiantato a Napoli probabilmente già nella seconda metà del Cinquecento con incarichi militari di livello minore. Con grande abilità seppe costruirsi una carriera all’ombra del potere vicereale, prima come facchino della Regia Dogana e “scrivano di ratione” (impiegato di corte) in seguito, grazie alle fortune accumulate con la sopravvenuta attività di mercante, come “arrendatore” e “assentista” (appaltatore di gabelle e prestatore di denaro). Ricoprì anche un incarico ufficiale all’interno dell’amministrazione, quello di Montiere Maggiore. I crediti vantati con la corte gli consentirono nel 1639 di acquistare per 84.000 ducati la città di Ostuni, di cui ottenne in seguito il titolo di duca; nel feudo pugliese praticò una politica di abusi e angherie che valsero a lui e ai suoi discendenti l’avversione dell’aristocrazia e di gran parte della comunità locale.

Dopo aver acquistato il primo nucleo del suo futuro palazzo napoletano, Zevallos si assicurò in breve la proprietà degli altri edifici confinanti riuscendo gradualmente a garantirsi l’intera area. Intorno al 1639, dopo aver acquisito buona parte degli immobili circostanti, Giovanni Zevallos ne dispose l’accorpamento in un'unica grande dimora. Il progetto del nuovo edificio è tradizionalmente attribuito a Cosimo Fanzago, ma alcuni documenti di recente pubblicazione suggeriscono invece la paternità del ferrarese Bartolomeo Picchiatti, architetto che in quel momento ricopriva la prestigiosa carica di Ingegnere Maggiore del Regno.

Nel corso dei tumulti popolari del 1647, il Palazzo venne assaltato e dato alle fiamme, subendo considerevoli danni. In quella occasione fu abbattuto anche lo stemma che campeggiava sul portale e che nella sua forma araldica si blasonava “d’argento a tre fasce di nero con la bordura staccata d’oro e di rosso” accompagnato dal motto “es ardid de caballeros zevallos para vencellos” (“è abilità dei cavalieri cibarli per vincerli”). Quello che oggi sovrasta il portale è lo stemma dei Colonna di Stigliano, divenuti, come vedremo, proprietari dell’edificio sull’ultimo scorcio del Seicento.