La Sala degli Uccelli - Dalla Scuola di Resina al paesaggio di fine Ottocento

Dopo la metà del secolo, quando alla sensibilità romantica subentra un realismo rivolto a un’analisi più oggettiva della natura, si afferma la personalità di Nicola Palizzi, che sembra riprendere la vena sperimentale della Scuola di Posillipo per anticipare, grazie all’uso efficace della ‘macchia’, quelli che saranno i risultati innovativi della cosiddetta Scuola di Resina. Dopo il soggiorno del 1856 a Parigi, nei suoi paesaggi si ritrovano le suggestioni dell’amato Corot, come ne I mietitori, ma anche di Courbet e della Scuola di Barbizon, come nel Paesaggio con laghetto. Mentre Achille Carrillo, che come Palizzi era stato allievo di Gabriele Smargiassi al Real Istituto di Belle Arti di Napoli, rivela in opere come Lo strame l’influenza dei Macchiaioli e in particolare di Giovanni Fattori che aveva conosciuto a Firenze. Sempre a un confronto con la ‘macchia’ rimanda un piccolo capolavoro come La terrazza di Domenico Morelli, identificato come studio preparatorio per la prima versione della Storia di un paggio innamorato ispirata al racconto “Isabella Orsini duchessa di Bracciano” di Francesco Domenico Guerrazzi (1844).

Federico Rossano si presenta con due dipinti di grande qualità che risalgono alla sua esperienza come seguace, insieme a Marco De Gregorio e Giuseppe De Nittis, della Scuola di Resina, dalla località ai piedi del Vesuvio dove, sollecitati dal macchiaiolo toscano Adriano Cecioni, si ritrovarono per dipingere en plein air con procedimenti che ricordano appunto quelli dei Macchiaioli e poi degli Impressionisti. A questa sperimentazione di una pittura di atmosfera, costruita attraverso macchie di colore, si avvicina, nei due piccoli paesaggi che risalgono agli ultimi anni di attività, Gioacchino Toma. Le rare vedute di Giuseppe Fabozzi e Francesco Mancini, che come Toma non avevano fatto del paesaggio la loro specializzazione, documentano il tramonto di un genere che sembra, in questa fase finale a chiusura del secolo, ritrovare un grande slancio in un capolavoro come Taverna a Posillipo, dove Vincenzo Migliaro – altrimenti il popolare interprete di una Napoli che aveva il suo corrispettivo letterario nei versi di Salvatore Di Giacomo – riesce a restituirci con una dimessa, ma intensa poesia l’incanto della terrazza sul golfo sospesa tra il cielo e il mare.