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La Sala della natura morta e del Settecento

Lo svolgimento della natura morta a Napoli, dalla metà del Seicento ai primi del Settecento, è illustrato da una selezione ridotta ma efficace di dipinti: due Sottoboschi piuttosto antichi di Paolo Porpora, il pioniere italiano di questa specialità sollecitata anche da evidenti interessi naturalistici e di catalogazione (per coerenza cronologica la coppia è però esposta nella sala adiacente); una Natura morta con pani, frutta, selvaggina e pesci di Giovan Battista Ruoppolo, di diretto aggancio alla cultura caravaggesca della generazione precedente; due rinomate composizioni del più noto e versatile pittore di genere partenopeo, Giuseppe Recco, che già registrano un accrescimento del gusto in senso barocco; e infine due pannelli con Vasi con fiori di un giovane Baldassarre De Caro (uno dei quali reca la data 1715), pressoché alle soglie della parabola declinante del genere, condizionato ormai da esigenze meramente decorative.

Tappa esemplare nel proseguimento della direzione barocca avviata da Luca Giordano è senza dubbio la straordinaria tela di Francesco Solimena con Agar e Ismaele nel deserto confortati dall’angelo. Pur nella sua esuberanza pittorica, l’opera, databile al principio degli anni Novanta del Seicento, esprime la ricerca di una fermezza e di una nobiltà disegnativa che già preannuncia le inclinazioni classicistiche del nuovo secolo.

Dall’esempio di Solimena si forma, ma per risalire più addietro fino alle fonti del naturalismo del secolo precedente, anche l’arte di Gaspare Traversi, napoletano di nascita e di formazione ma dagli anni Cinquanta stabilmente attivo a Roma. Capisaldi della moderna riscoperta del pittore, La lettera segreta e Il concerto appartengono al repertorio più tipico della sua produzione, inquadrabile nell’ambito delle ‘pitture ridicole’ care alla tradizione comico-popolare; la penetrante lucidità dell’artista giunge tuttavia a cogliere accenti di verità umana che superano le convenzioni iconografiche del genere.