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La Sala di Luca Giordano e Francesco De Mura

Il rinnovamento della tradizione pittorica della prima metà del Seicento, a Napoli ancora attardata su retaggi naturalistici di matrice caravaggesca, si deve soprattutto al genio di Luca Giordano, che impresse all’ambiente artistico locale, a partire dagli anni successivi alla grande peste del 1656, una decisiva svolta in senso autenticamente barocco, anche attraverso il recupero delle fonti romane di quello stile.

Il monumentale Ratto di Elena è un esempio eccellente della tipica produzione di soggetti mitologici-letterari più volte frequentati da Giordano nella sua carriera. L’opera s’inserisce però ancora in una fase di ritorno al realismo di Ribera: un indirizzo stilistico che, come è andato ormai precisandosi negli studi, deve essere ricondotto alla metà circa degli anni Sessanta, allorché, sulla spinta del mercato e della moda ‘tenebrista’, Giordano prese infatti ad adottare sistematicamente la maniera del maestro spagnolo. Nell’Immacolata Concezione è invece pienamente in atto quello sfaldamento luminoso della materia pittorica che si registra in Giordano con maggior decisione a partire dagli anni Ottanta.

Ispirato a principi di rigore disegnativo e compostezza classica è viceversa il Cristo benedicente di Francesco Di Maria, rappresentante, secondo la tradizione storiografica, di una linea ‘accademica’, antagonistica e alternativa all’esuberante libertà pittorica di Giordano. Si tratta del modello (o di una replica di formato ridotto) di una delle due tele tuttora nel cappellone di Sant’Antonio in San Lorenzo Maggiore a Napoli. È esposta in questa sala anche la serie di quattro ovali di Francesco De Mura con le diverse personificazioni allegoriche della Pietà – documentati al 1759 per la Sala delle Udienze dell’omonimo Monte – testimonianza delle tendenze classiciste del secolo successivo.